Un'altra storia ipocalorica
Mi ricordo che facevamo delle belle feste giù al paese. Mi ricordo le feste di carnevale, le aspettavamo con ansia. Aspettavamo febbraio con in mente i colori e le maschere, gli scherzi, Arlecchino, quel mezzo grammo di anarchia che regala il Carnevale ogni anno. Da settimane il quartiere era in fermento. Due-tre donne si occupavano della ideazione-progettazione-realizzazione dei costumi. Si partiva con un tema: il circo, la Chiesa, gli animali e, una volta approvata un’idea, ognuno si sceglieva un personaggio. Le sarte erano le regine indiscusse di quel momento. Era un via vai continuo di persone da una casa all’altra, soprattutto donne con lo scialle per proteggersi dall’alito ancora freddo di febbraio. Mia nonna faceva parte del gruppo d’elite delle sarte. Aveva la stanza piena di vestiti, pile di stracci colorati cuciti insieme da tanta pazienza, riflesso di una cultura contadina mite. Era capace di restare incollata alla macchina da cucire per ore, con la luce fioca di un lampadina a pochi watt, a scandire i minuti al ritmo del pedale di ferro. Entravano zie, cognate, cugine e donne di ogni titolo. Era il trionfo delle donne. Comandavano loro in quei giorni, non ce n’era. Amministravano tutto: il cibo, i vestiti, la logistica, la spesa, la contabilità, l’umore. Gli uomini si limitavano a eseguire gli ordini, pur restando immersi in una prosa virile da quattro soldi che gli dava l’impressione di essere sempre al comando.
Mi ricordo che un anno ci vestimmo tutti da preti, diavoli e suore. Avevamo scelto di fare la chiesa quell’anno. Chissà perché poi. Forse perché erano gli anni di Woitjila e del Papocchio, anni in cui si scherzava abbastanza su quei temi là. Sta di fatto che passammo tutto gennaio a scegliere il vestito. Mio fratello diventò vescovo, io guardia svizzera, mia madre suora, mio padre diavolo. Il giorno della sfilata partimmo da casa con due camion da edilizia, quelli che di solito portano il tufo. Ci salimmo tutti, con trombe, pentole, coperchi, cucchiai di legno, a celebrare non si sapeva bene cosa ma non importava. Si doveva ridere. Questo era l’imperativo della giornata. Questo me lo ricordo bene.
Mi ricordo che un anno ci vestimmo tutti da preti, diavoli e suore. Avevamo scelto di fare la chiesa quell’anno. Chissà perché poi. Forse perché erano gli anni di Woitjila e del Papocchio, anni in cui si scherzava abbastanza su quei temi là. Sta di fatto che passammo tutto gennaio a scegliere il vestito. Mio fratello diventò vescovo, io guardia svizzera, mia madre suora, mio padre diavolo. Il giorno della sfilata partimmo da casa con due camion da edilizia, quelli che di solito portano il tufo. Ci salimmo tutti, con trombe, pentole, coperchi, cucchiai di legno, a celebrare non si sapeva bene cosa ma non importava. Si doveva ridere. Questo era l’imperativo della giornata. Questo me lo ricordo bene.

